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ultimo nato seguito


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Vediamo il perché. A Milano, a metri 255 di profondità, furono trovate conchiglie fossili marine. Era la testimonianza dell’antichissimo enorme golfo marino dell’Adriatico che si incuneava tra Alpi e Appennini, prima che gigantesche alluvioni, dilavamenti immani incrementati da glaciazioni e alimentate da scioglimenti di ghiacciai, colmassero lentamente, in ere geologiche, la vallata. Si fa fatica a dare corpo a queste suggestioni, ma era quello che era successo. Questo grandioso processo si è concluso in questi ultimi millenni.
Inizia però contestualmente, al contrario, un nuovo grande fenomeno che costituirà l’ossatura della trattazione che segue. Nella distesa d’acqua emergono progressivamente le terre e, come tante amebe embrionali, le grandi anime di quelli che saranno Adda, Ticino, Trebbia e tanti altri affluenti da Alpi e Appennini che si riversano nel fondo valle. Stava nascendo il Po. Ma stava prendendo forma anche la pianura. Informe, ghiaiosa, verdeggiante di vegetazione selvatica e colonizzatrice. Man mano che la pianura si configurava, secolo dopo secolo, stabilizzandosi nel limite del possibile tra sovvolgimenti e piogge autunnali – primaverili, lo “smaltimento” delle acque trovava un ostacolo inatteso e imprevedibile: la risorgiva! Di che cosa si trattava? Un enorme fiume sotterraneo scorreva, tra strati argillosi a definirne alvei e confini, dai ghiacciai delle Alpi e, anche se in misura inferiore, dagli Appennini, per alimentare con acqua risaliente molta parte della pianura, perpetuandone l’impaludamento. Innumerevoli polle sorgive si alternavano e si sostituivano ai periodi di magra, sì da generare uno stato perenne di enormi distese di acque fluttuanti, tra emersioni temporanee di terre e dossi sabbiosi.
Il fontanile. Ed è qui, lungo il fiume, alcuni millenni prima dell’era volgare, dopo l’ultima glaciazione terminata 10.000 anni a. C. circa, che si verifica, da parte dell’uomo (e le testimonianze archeologiche – con tombe di guerrieri in villaggi lungo il Po circa 1.000 anni a.C. - lo confermano), una delle più sorprendenti innovazioni nel campo economico e sociale: il fontanile! Ovvero, la risorgiva, con acqua dalla temperatura quasi costante tra estate e inverno attorno ai 14 gradi, fu captata infiggendo nel terreno un grosso tronco di legno scavato all’interno e forato lungo le pareti. All’intorno fu eretta una arginatura, sì che l’acqua fosse contenuta e potesse defluire verso una apertura, generando un fosso, in modo da allontanare in altra zona l’acqua e, conseguentemente, fosse risanata l’area prospiciente. Era così nato il fontanile! E l’insieme dei fontanili, decine, centinaia, a volte di enormi dimensioni, come veri e propri fiumi, costituì il primo stadio del risanamento della pianura padana, lungo un percorso millenario e faticosissimo giunto (recentemente, attraverso i Consorzi di bonifica) ai giorni nostri.
Il secondo momento, altrettanto sorprendente e straordinariamente pregnante per la società del tempo, è da considerarsi il veicolamento del fontanile verso un appezzamento di terra coltivato a foraggio, opportunamente sagomato come falde di un tetto di una casa, con scorrimento dell’acqua sulla sommità, in modo che la stessa tracimasse lievemente e formasse un velo d’acqua, a impedire o rallentare gelate e brinate. Questa stupefacente realizzazione, in seguito a ingegnosa osservazione, permetteva che già a marzo – da cui marcida, o marsida, secondo la più accreditata delle interpretazioni – si potesse sfalciare il foraggio. Era stato così definito il cosiddetto prato a marcita (con quel “marcita” che non deve far pensare, come proposto, a decomposto, per assonanza). Sette tagli di foraggio - otto, nelle migliori condizioni stagionali - in luogo di tre (o quattro, in condizioni particolarmente favorevoli in autunno, ma comunque raramente trasformabili in fieno, per la stagione avanzata), per i terreni da asciutta, assicuravano un’alimentazione altrimenti inimmaginabile. Era, per quei tempi, l’autentica rivoluzione che favorì un’agricoltura rigogliosa e florida. È l’Europa del Mille e secoli successivi però che prende coscienza delle grandi possibilità offerte dalla cosiddetta “industrializzazione dell’irrigazione”, peraltro non sconosciuta nell’antichità, ma è la capillarizzazione dei fontanili e prati a marsida, a far da catalizzatore e a generare molta attenzione verso questa infrastruttura da parte dei viaggiatori europei. Sono i viaggiatori del Sei-Settecento (oggi diremmo turisti o, anche, tecnici commerciali) che fanno questa scoperta e che le divulgano nella loro Patria. È una singolare, forse unica e plebiscitaria, attestazione di ammirato stupore da parte di studiosi che rimangono impressionati davanti a quel giardino che risulta essere la pianura padana e che, sempre più numerosi, inseriscono la pianura nei loro itinerari (compreso il più grande agronomo inglese del tempo, Arthur Young, che nel suo Travels during years 1787 così si esprime: …questo sistema irriguo è il più grande utilizzo delle acque mai avvenuto al mondo).
Il fontanile e la sua dicotomica appendice del prato a marsida in un tutt’uno, infine, come una sorta di “sistema”, diventa così una sorta di punto obbligato per una agricoltura più intensiva. Lungo questo canovaccio si svilupperanno, ove possibile, fontanili e, più in generale, una rincorsa al grande fenomeno dei canali irrigatori del Due - Trecento e che si protrarrà fino al post Medioevo per almeno tre quattro secoli, con presenza anche nel Piemonte, alcune terre della Francia e in qualche altro Paese dell’Europa. Canali che, in presenza di un commercio che assume dimensioni sempre più vistose, vengono resi navigabili (navigium, i navigli).
Popolazioni antiche lungo il Po. Si può, dunque, parlare di civiltà dell’acqua della pianura? Ci sono molti aspetti che dovranno essere approfonditi, prima di arrivare a conclusioni impegnative, compreso l’approfondimento circa la presenza di genti lungo le rive del Po nell’Età del Bronzo, oltre 1000 anni a. C. e che non ti aspetteresti. In mezzo a questo lento e inarrestabile processo, tra piogge autunnali e primaverili, a favorire e a progredire quanto la natura selvaggia proponeva, l’uomo ha risposto con una tenacia che ha dell’inverosimile.
A leggere i testi che affrontano il tema del risanamento e, nei tempi recenti, della bonifica delle terre, o ad indagare sul campo, si fa fatica a immaginare i biblici stravolgimenti con l’infinità di argini e arginelle che l’uomo ha costruito, tra una piena e l’altra del Po, accompagnate il più delle volte da drammi, morti, distruzioni, alla perenne ricerca del livellamento - governato dalla ferrea legge della fisica dei vasi comunicanti - di un territorio in convulso divenire
Se sulle rive del Po vivevano popolazioni dell’età del Bronzo Finale, che già conoscevano la metallurgia, sulle città ad un’altitudine maggiore – Milano, in primis – l’uomo aveva preso dimora verosimilmente, da molto, molto tempo.
Tre fiumi deviati verso Milano. Non facile, quindi, è risultato essere la ricostruzione del tessuto fluviale della città e di gran parte della pianura, che è stata sostanzialmente parte dell’antico Stato di Milano, soggetto a innumerevoli deviazioni. Milano non è piatta, si configura come un grande terrazzamento con una dozzina di metri di dislivello (una enormità!) tra l’area di via Farini - cimitero Monumentale - e il sud della città tra via Larga e porta Ticinese. Una piattaforma, o appendice a penisola, circondata ai tempi da acque. Sì, un fiume a bagnare Milano o ad attraversarla, come tutte le capitali dell’antichità. Ma quale, il fiume? Geologi e studiosi accennano all’Adda che usciva dal lago a Como, sulla direttrice per Milano, quindi, prima di aprirsi il varco di Lecco (Era Cenozoica o Terziaria, otto milioni di anni fa, Bini A., cfr. Bibliografia) e rilevano come l’Olona sia stata molto prossima alla città. Non possiamo - al momento - avanzare nessuna ipotesi, né immaginare corsi d’acqua che si “allontanano” per la naturale modifica morfologica, con accrescimento del terrapieno alluvionale morenico.
Su Milano - isolata, a quote attorno a m 120 s.l.m. - furono fatti convergere, in epoca romana, tre grandi corsi d’acqua, con una portata eccezionale: Vepra (derivata dall’Olona a Rho), Nirone (un imponente fontanile) e il Seveso deviato bruscamente dal suo alveo naturale per opera dell’uomo. Come se una mano gigantesca avesse proiettato verso Milano tre grandi, enormi, corsi d’acqua. Siamo in un’epoca in cui la portata d’acqua dei fiumi è ben superiore all’attuale. Ma con quelle modifiche l’uomo ha veicolato verso la città una quantità straordinaria d’acqua, dotata di grande impetuosità e vigore. Perché, quali le funzioni e, soprattutto, quali gli obiettivi della Milano che, in pochissimi secoli, si avviò a diventare capitale dell’Impero Romano dal 286 al 402 d. C.?
Certamente con marcato contributo del popolo romano conquistatore, ma come sarebbe stato possibile se, alla base, non vi fosse stato una struttura logistica insediativa (palazzi, realtà artigianali, conoscenza delle tecnologie dell’epoca, compagnie mercantili per il necessario tessuto commerciale, mastri da muro, magistri delle arti e mestieri etc.) in grado di fare da catalizzatore ai fattori produttivi messi in essere?
La storia di Milano (e del suo territorio), molto variabile, nel corso dei secoli e dei millenni, affonda le radici in tempi lontanissimi. Le tante guerre e devastazioni hanno cancellato molto delle sue vicende, ma i corsi d’acqua, se pur con tutti i loro interrogativi, ci offrono, in lettura, una notevole parte del suo grande passato.

Gabriele Pagani





 
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